Una breve presentazione di un passante in via Rodriguez Pereira, diretto a casa mia.

Dice di sé: io mi appartengo.
Non è stato che breve.
Non è affatto sicuro
e quando lo dice abbassa lo sguardo.
Appartiene alla terra, io credo.
E tanto peggio se,
quando dice che forse è contento,
un altro gli dice: anch’io ti appartengo.

Dice di sé: io non sono qui.
Non è stato mai lì infatti,
non è affatto presente
e se qualcuno per caso gli fa notare
che la terra, a cui pure appartiene,
si muove di poco, di molto
lui sente il tremore di un cielo
che è lontano pochissimo.

Erano vere.

A chi suonerai la tua musica?
Le stesse dita un altro,
gli stessi tasti ma un’altra
arte, un altro corpo
che hai già scelto, hai già lì
fra le mani. sotto gli occhi.

E dire che l’odiavo tanto.
Quella musica imperfetta
che mi diceva – stai lontano!
Le note sgraziate, non come te
che ti fingevi grande,
loro erano vere, disgraziate.

Ascensione dell’artista

Le tempia rosse
e i dolci rilievi del cuoio,
vene o sorgenti
da cui nascono fiumi
per mari salati
di sudore e di sputi.

Le dita formano grovigli.

Al collo non una ne sfugge,
le dita formano tempeste
turbolenze su un petto.

Vivace la mano è ciclone.
Vivace il piede, vivace.

Viva il marmo, viva la corteccia
e le spalle, le tue, degli artisti,
di Atlante che sostiene le stelle
e le stelle che tengono gli artisti
vivi e vive le loro carni,
che aspettano inquiete
l’ascensione.